Archive | agosto 2011

Piscina

Uscendo dall’ufficio mi stavo avviando verso la piscina. Sapevo di non morire proprio dalla voglia di andare, ma soprattutto mi frenava il pensiero di dover percorrere vasche su vasche come un automa circondata da tanti robot instancabili, che sembrano avere scorte di pile duracell incorporate nel costume. Nuotare fa bene ma fra pinnette, occhialini, aggeggi per rafforzare gambe e braccia  può risultare, a volte, un tantino noioso.

Dovevo fare qualcosa di molto più liberatorio, qualcosa che andasse oltre la sana dose di esercizio fisico quotidiano, liberando la mente dai pensieri e dalla stanchezza.

Esiste? Si esiste e consiste propriamente nel cercare il baricentro o nel muovere il culetto con la musica a tutto volume, saltando e dimenandosi tipo tarantolati siciliani.

Questa pratica funziona, la testo da anni, e oltre a sudare garantisce un benessere psichico immediato.

Potreste iniziare con una canzone tipo Ma il cielo è sempre più blu, è incoraggiante e di buon auspicio, in mezzo qualche motivetto trash seguito da musica elettronica e per finire qualcosa di moderatamente ritmato, una bossa nova va più che bene.

Una sola regola: sono bandite le coreografie da villaggio vacanze e baby dance improvvisata.

 

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Da 32 a 15 anni in meno di sette ore

Ogni volta che vado a trovare la mia famiglia, durante tutte le ore che impiego per precorrere i 350 km che mi separano da casa (mi permetto di ringraziare le ferrovie per le sette ore di treno e la qualità del servizio) compio un viaggio psicofisico a ritroso, una specie di ritorno alle origini. Ogni stazione rappresenta una tappa: Trento la crescita , Genova la continuità la rottura e un nuovo inizio, Parma la libertà la scoperta e l’amore, Sarzana, beh Sarzana le origini.
Sono scesa dal treno quindicenne, spensierata e fiera de i miei due euro in tasca, gli altri soldi li avevo spesi a Milano Centrale frantumata dall’attesa.
Passando in macchina davanti al mio liceo mi sono improvvisamente ritrovata in classe: capelli lunghi, vestiti enormi a nascondere le forme e a affermare un’intellettualità sinistroide di matrice sessantottina.
È il giorno della temuta interrogazione di matematica. Io e la mia amica abbiamo passato la notte a ripassare fra caffè e decine di sigarette. Nonostante lo sforzo, i concetti appena appresi non sono altro che come tanti postit appiccicati in testa. Come potevamo pensare di recuperare giorni e giorni di fanccazzismo in meno di otto ore è ancora un mistero e lo è ancora di più il fatto che qualche volta il miracolo sia anche riuscito.
La Prof scorre il registro più e più volte, divertita, credo, nel vederci diventare piccoli come delle formiche nel tentativo di nasconderci dietro i secchioni della prima fila. La storia è sempre quella cinque minuti di interrogazione e un quarto d’ora di ramanzina che si conclude con un sonoro “il vostro destino è andare a zappare”, indicando i campi che si vedono dalle finestre della nostra aula.
Mi ricordo che guardavamo fuori smarriti, immaginandoci con salopette e vanga sotto il sole di agosto.
Ho pensato più volte in questi anni che forse non aveva poi così torto, che forse la mia generazione avrebbe dovuto ascoltare quei “santi” consigli e ricominciare da dove molti dei nostri bisnonni erano partiti per costruire il loro futuro e assicurare quello dei loro figli.
Ma a quindici anni ho anche scoperto Bowie e sa cosa le dico cara Prof “We Can Be Heroes”
Ps pensi abbiamo anche iniziato a riprodurci

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